IN NOME DEL CREATO
matteo bonadies ci aveva abituato ad una narrativa costruita sul filo e sul metro dell’esperienza, del vissuto, dell’acuta analisi di vicende umane, familiari, coniugali, sentimentali e romantiche e sull’attenta osservazione di fenomeni individuali e collettivi a cavallo di almeno due generazioni.
c’erano di mezzo storia, cronaca, fede, religione, ritratti fedeli di uomini travolti dalla passione, di donne di raffinata femminilità o di morbosa sensualità.
erano, se vogliamo, affreschi di un’epoca sopravvenuta ad un passato sobrio e misurato, di sapore borghese, pennellate di una civiltà umile, quasi rassegnata con i profumi e gli umori della domenica, tutta casa e famiglia; colori improvvisi e fiammanti di un
secolo nuovo che sopraggiungeva al galoppo, sconvolgendo e sommergendo valori e costumi in nome di una libertà, rivendicata come conquista, ma falsa ed autolesionista, e di una mentalità , che, oggi, coscientemente o no, invoca la retromarcia perfino in politica ed economia.
ed ecco che, d’improvviso, bonadies ci sorprende, avventurandosi su tutt’altro orizzonte e quel tanto di inventiva, che pure lo accompagnava ieri, è diventata la piena di un impetuoso fantascientifico viaggio nell’universo e nel futuro.
con william e jane, simboli di una inedita giovinezza, biblicamente eletta, lo scrittore barlettano si rinnova, cambia pelle, si proietta nel mistero, veste i panni del profeta e di una antica previsione dei “maya” fa lo strumento di un racconto iperuraneo, che muove da solide basi culturali.
per andare incontro al destino della umanità.
premesso che bonadies rivela in questa sua nuova fatica letteraria una conoscenza e competenza degna della sua causa, egli si rivela convinto latore di un nobile progetto ecologico, derivante dalla assoluta esigenza di obbedire ed assecondare la natura, condizione indispensabile per la salvezza del pianeta e dell’universo.
con la scadenza del 21 dicembre 2012, lo scrittore sembra avvertire una spinta ideale quando si inchina “al miracolo del creato” inteso come capolavoro divino ed esprime una sorta di religiosità laica, che, da sola, basta a reggere le convinzioni di un credente.
a questo punto, il racconto di bugarach, ultima isola terrena, è fondamentalmente un appello, un’invocazione, un pressante invito per una presa di coscienza tesa al salvataggio del pianeta.
in questa regligiosa corsa verso l’ignoto, che sottende l’avventura di william e jane e che in certe pagine attinge una dimensione lirica, acquista un valido senso l’accostamento alle figure primordiali di adamo ed eva.
in effetti, per una questione di coerenza e di obiettiva completezza, bonadies non può ignorare il problema della sopravvivenza imposta ad un’unica coppia procreatile e lo risolve con saggezza biblica.
il colpo di scena finale, da non anticipare, è la cifra, la sigla, la chiave del vero progetto narrativo, che resta, al di là della vicenda umana, un inno al creato,; l’esaltazione dell’architetto supremo e dello sconfinato incantesimo ultraplanetario, sublime magia dell’infinito o dell’eterno.
Gustavo Delgado